VUOTOCICLO

Ecco le suggestioni letterarie che hanno ispirato la composizione delle sale al Castel dell’ovo

A SANGUE FREDDO

La sala si ispira all’omonimo capolavoro di Truman Capote del 1959, potente narrazione di un fatto realmente accaduto che analizza la vicenda umana di due “mostri” accusati di un algido cruento atto criminoso. Capote con quest’opera innovò la letteratura arricchendola di un nuovo genere: il romanzo reportage. Analitico, al limite del distacco con i fatti descritti, come è  la realtà odierna del mondo, costantemente raccontata e percepita senza emozioni, come un rumore di sottofondo. Il crimine è un fatto, un dato, un rumors avulso dagli individui che identifica le persone in vittime e carnefici, annichilendo le zone d’ombra, appiattendo la disperazione nel luogo comune. Quando poi ogni atto è frutto di un ambiente, di una cultura ed è impossibile risalire alla radice del male per una guarigione sociale reale, è più semplice immolare i capri espiatori predestinati sull’altare della pacificazione delle coscienze. Il giudizio del singolo monda la coscienza dei tanti. I protagonisti, figli e lupi, vittime e carnefici della stessa provincia che li teme e li stigmatizza, come proiezioni del proprio male, che deve essere sradicato, disconosciuto.  La provincia, piccola arida e bigotta si conglomera in cerca di giustizia, di espiazione del proprio rimosso, divenendo correa di un altrettanto crimine commesso a sangue freddo: la pena di morte. La vertigine avuta dall’autore dalla mise en abyne, dallo specchiarsi e riconoscersi in uno dei due “mostri”, racconta bene quanto sia casuale la nostra morale e capacità di rispetto delle regole. Dipende tutto da dove, come e quando la persona nasce, perché in una cultura anti-empatica il male diviene banale, come testimoniò Hannah Ardent. Così banale è il furto, banale l’omicidio, banale la cattura e infine banale la sentenza che il male ha racchiuso in un perimetro che cerca di delimitare l’equilibrio e il giusto senza porvi in mezzo l’essere umano, l’assenza che ricade sulla società e nell’arte.

Altro tema è la lingua, che sia quella parlata che identifica un gruppo di appartenenza o la lingua perduta e salvata, cara a Elias Canetti, che siano le parole negate, inascoltate o mai espresse. La parola come arma nel silenzio e nell’offesa.

Da La Ballata del carcere di Reading

Quell’uomo aveva ucciso la cosa che amava,
e pertanto doveva morire

Eppure ogni uomo uccide la cosa che ama;
che questo lo sentano tutti:
Chi lo fa con uno sguardo amaro,
e chi con una lusinga,
Il codardo lo fa con un bacio,
il coraggioso con una spada!

Chi uccide il suo amore da giovane,
e chi lo uccide da vecchio;
chi lo strangola con le mani della lussuria,
chi con le mani dell’oro:
i più pietosi usano un coltello, perchè
i morti si freddano così presto.

C’è chi ama troppo poco, chi troppo a lungo,
c’è chi vende e c’è chi compra;
chi compie l’atto con molte lacrime,
e chi senza un sospiro:
perchè tutti uccidono la cosa che amano.

Oscar Wilde

Artisti e Opere della sala

“Sangria” Nicola Piscopo
“Untitled” Cristina Cianci
“Fiume di sangue” Gennaro Zannini
“Sancta Sanctorum” Evan De Vilde
“Sangue di Cristo” Mario Francese
“Singing in the rain” Roberto Maiorca
“Il sonno della ragione” Maria Del Monaco
“Untitled” Angela Pimpinella

INGRANAGGI URBANI

La sezione è dedicata all’opera profetica di Hans Magnus Enzensberger che da anni alza la sua voce di intelletuale contro il gregge moderno che genera e accetta abomini di vario genere come l’avvelenamento della vita, dell’uomo, lo stritolamento esistenziale, individuale e temporale: il caos. Le opere inserite in questa sezione rivendicano, sottolineano, dileggiano e sottendono questo racconto. Il cammino d’immersione nella caotica era della città contemporanea ci spinge, alla vista delle opere, ad una riflessione profonda sul rapporto fra individuo, contesto urbano, racconto spaziale della realtà e influenza dello spazio nella creazione gerarchica della società urbana. Non manca il paradosso dell’esistere sociale, un’invettiva sarcastica, cruda, primordiale…nuda. Alla maniera di Cèline è possibile raccontare la realtà urbana nel suo sfracellarsi quotidiano contro il muro del paradosso, del curioso rincorrersi delle parole degli uomini e delle loro azioni inconsapevolmente influenzate dal fuori di sé. L’arrendevolezza dello spirito umano si manifesta in tutta la sua forza nelle moderne città postindustriali, vere e proprie gabbie per l’uomo contemporaneo, sempre immerso nella sua individuale alienazione, che poi è quella di tutti. Il riferimento, in quest’ottica, è chiaramente all’opera di Georg Simmel e al suo racconto degli effetti della modernità sugli individui vittime di confort e del silenzioso e caotico rumore cittadino in cui il singolo è costretto ad urlare per farsi sentire e potersi sentire.

Brillanti Prospettive

Io vedo vedo cio’ che tu non vedi

e tutti hanno ragione tranne te,

ma tu non te ne avvedi.

E viceversa. Angoli morti ovunque.

Il mondo è la non trasparenza.

 

Episodio

Tu che ben acquattato nel tuo aereo dici ah che disastro,

non ti viene in mente

con che inquietante facilità stai viaggiando,

nuvoletta in gessato?

Acqua dai rubinetti

quanta ne vuoi, scarpe, nuove di zecca,

in pieno inverno, di cuoio,

e non hai che batter le mani

e hai luce ovunque! L’aspirina

accorre, ingoia il tuo mal di testa,

riscaldamento a comando,

ci sono anche i letti,

d’un bianco accecante, se sei stanco.

Fatti inauditi, unici

Nella storia dell’universo.

Tu esci di casa e soltanto

In rarissimi casi c’è una scure

Che ti fracassa il cranio, semmai t’imbatti

In qualche leccapiedi,

contro ogni verosimiglianza

tu circoli libero, e tutte

queste meraviglie non ti meravigliano.

Inquietante. Normale. Che disastro.

Tu non noti che non noti più niente.

Hans Magnus Enzensberger

Da Viaggio al termine della notte

È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, un fagiolo anche lui, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. “Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!”. Rientro con lui. Ecco. “‘Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua”. Allora, ci accorgiamo anche che non c’era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c’è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: “Quelli di Parigi hanno sempre l’aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente. Parole, e nemmeno tante, anche le parole che son cambiate! Due o tre di qui, di là, di quelle piccole…” Tutti fieri allora d’aver fatto risuonare queste utili verità, siamo rimasti là seduti, incantati, a guardare le dame del caffè. […] Alla fine siamo tutti seduti su una grande galera, remiamo tutti da schiattare, puoi mica venirmi a dire il contrario!… Seduti su ‘ste trappole a sfangarcela tutta noialtri! E cos’è che ne abbiamo? Niente! Solo randellate, miserie, frottole e altre carognate. Si lavora! dicono loro. È questo che è ancora più fetido di tutto il resto, il loro lavoro. Stiamo giù nelle stive a sputare l’anima, puzzolenti, con le palle che ci sudano, ed ecco lì! In alto sul ponte, al fresco, ci sono i padroni e mica se la prendono, con belle femmine rosa tutte gonfie di profumo sulle ginocchia. Ci fanno salire sul ponte. Allora, si mettono il cappello dell’alta uniforme, e poi te ne sparano in faccia una del tipo: “Banda di carogne, è la guerra! ti fanno loro. Adesso li abbordiamo, ‘sti porcaccioni che stanno sulla patria n.º 2 e gli facciamo saltare la pignatta! Alé! Alé! C’è tutto quel che ci vuole a bordo! Tutti in coro! Spariamone una forte per cominciare, da far tremare i vetri: Viva la Patria n.º 1! Che vi sentano da lontano! Chi griderà più forte, avrà la medaglia e il confetto del buon Gesù! Porco dio!                   Louis-Ferdinand Céline

Da La metropoli e la vita dello spirito

Occorre appena ricordare che le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di intrattenimento, nei miracoli e nel comfort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che – per così dire – la personalità non può reggere il confronto. Da una parte la vita viene resa estremamente facile, poiché le si offrono da ogni parte stimoli, interessi, modi di riempire il tempo e la coscienza, che la prendono quasi in una corrente dove i movimenti autonomi del nuoto non sembrano neppure più necessari. Dall’altra, però, la vita è costituita sempre più di questi contenuti e rappresentazioni impersonali, che tendono a eliminare le colorazioni e le idiosincrasie più intimamente singolari; così l’elemento più personale, per salvarsi, deve dar prova di una singolarità e una particolarità estreme; deve esagerare per farsi sentire, anche da se stesso.                                        Georg Simmel

Artisti e Opere della sala

“San Pietrino il blasfemo” Gabriele Abbruzzese
“Stazione n. 12” Montetusco/Cavaliere
“Napoli Oggi” Giancarlo Frezza
“Tirannia del progresso” Pasquale Mastrogiacomo
“Gli equilibri dell’amore” Nunzia Andreano
“Linea” Domenico Carella
“Fil Rouge” Maria Pia Daidone
“Untitled” Juan Rodrigo Piedrhaita Escobar
“Muneca” Juan Rodrigo Piedrhaita Escobar
“Blood Mobile” Marco Ponte
“Trittico Cinabro” Luigi Francischello
“Coniglio Bianco” Zhaopeng Li
“III millennio gita barocca” Raffaele Amato
“Respiro Sangue” Giovanni Mansueto
“Senza Titolo” Anna Sobczak

NATURA

Piange ciò che muta,

Anche per farsi migliore. La luce

del futuro non cessa un solo istante

di ferirci.

Così scriveva Pierpaolo Pasolini ne “Il pianto della scavatrice”, in cui con sottile intuizione e consueta sensibilità racconta il continuo defluire dell’azione umana nella morte del pianeta e della natura. La sezione è dedicata  proprio a Pier Paolo Pasolini tra i primi a lanciare il segnale , attraverso le pagine corsare, dell’evoluzione distruttiva dell’uomo, della natura, che mutava senza dar più spazio alla cultura, alla verità. La natura è il primo bene culturale che l’uomo ha. Altro riferimento è lo splendido esperimento di Henry David Thoreau ne “Walden ovvero Vita nei boschi”, in cui l’autore racconta della propria vita in una tenda in mezzo ai boschi, dove il ruolo dell’uomo nel pianeta e il suo rapporto con la natura vengono messe al centro. L’uomo può sempre vivere in sinergia con la natura circostante, a patto che rinunci a una parte delle “cose” con cui lo invade e di cui ovviamente non ha veramente bisogno.

Da Il pianto della scavatrice

Mi stringe contro il suo vecchio vello,

che profuma di bosco, e mi posa

il muso con le sue zanne di verro

o errante orso dal fiato di rosa,

sulla bocca: e intorno a me la stanza

è una radura, la coltre corrosa

dagli ultimi sudori giovanili, danza

come un velame di pollini… E infatti

cammino per una strada che avanza

tra i primi prati primaverili, sfatti

in una luce di paradiso…

Trasportato dall’onda dei passi,

questa che lascio alle spalle, lieve e

misero,

non è la periferia di Roma: “Viva Mexico!” è scritto a calce o inciso

sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,

decrepiti, leggeri come osso, ai confini

di un bruciante cielo senza un brivido.

Ecco, in cima a una collina

fra le ondulazioni, miste alle nubi,

di una vecchia catena appenninica,

la città, mezza vuota, benché sia l’ora

della mattina, quando vanno le donne

alla spesa – o del vespro che indora

i bambini che corrono con le mamme

fuori dai cortili della scuola.

Da un gran silenzio le strade sono invase:

si perdono i selciati un po’ sconnessi,

vecchi come il tempo, grigi come il

tempo,

e due lunghi listoni di pietra

corrono lungo le strade, lucidi e spenti.

Qualcuno, in quel silenzio, si muove:

qualche vecchia, qualche ragazzetto

perduto nei suoi giuochi, dove

i portali di un dolce Cinquecento

s’aprano sereni, o un pozzetto

con bestioline intarsiate sui bordi

posi sopra la povera erba,

in qualche bivio o canto dimenticato.

Si apre sulla cima del colle l’erma

piazza del comune, e fra casa

e casa, oltre un muretto, e il verde

d’un grande castagno, si vede

lo spazio della valle: ma non la valle.

Uno spazio che tremola celeste

o appena cereo… Ma il Corso continua,

oltre quella familiare piazzetta

sospesa nel cielo appenninico:

s’interna fra case più strette, scende

un po’ a mezza costa: e più in basso

– quando le barocche casette diradano

ecco apparire la valle – e il deserto.

Ancora solo qualche passo

verso la svolta, dove la strada

è già tra nudi praticelli erti

e ricciuti. A manca, contro il pendio,

quasi fosse crollata la chiesa,

si alza gremita di affreschi, azzurri,

rossi, un’abside, pesta di volute

lungo le cancellate cicatrici

del crollo – da cui soltanto essa,

l’immensa conchiglia, sia rimasta

a spalancarsi contro il cielo.

È lì, da oltre la valle, dal deserto,

che prende a soffiare un’aria, lieve,

disperata,

che incendia la pelle di dolcezza…

È come quegli odori che, dai campi

bagnati di fresco, o dalle rive di un

fiume,

soffiano sulla città nei primi

giorni di bel tempo: e tu

non li riconosci, ma impazzito

quasi di rimpianto, cerchi di capire

se siano di un fuoco acceso sulla brina,

oppure di uve o nespole perdute

in qualche granaio intiepidito

dal sole della stupenda mattina.

Io grido di gioia, così ferito

in fondo ai polmoni da quell’aria

che come un tepore o una luce

respiro guardando la vallata.

 Pier Paolo Pasolini

Da Walden ovvero Vita nei Boschi

Un agricoltore mi dice: “Non puoi vivere solo di alimenti vegetali, perché non forniscono nulla con cui farci le ossa”; e così lui dedica religiosamente una parte della giornata a rifornire il suo sistema con la materia prima delle ossa; camminando e parlando dietro i suoi buoi, che, con ossa piene di vegetali, spingono lui e il suo ingombrante aratro, quale che sia l’ostacolo.

Henry David Thoreau

Artisti e Opere della sala

“Sindone il sangue delle foglie” Angela Laudato
“Solution” Patricia Kelly
“Io che riposo aspettando il giorno che verrà” Benny Mangone
“All my sorrows” Elizabeth Wood
“Rv 312” Rovì
“Anima(Le)” Claudio Valentino
“Lo sguardo dello spirito” Desy Vanni

ONIRICO

Il sogno, le trasparenze della coscienza, i veli che frapponiamo tra la veglia e il sonno. Il coacervo di istinti, pulsioni e bui primordiali che sommuovono la parte più profonda del nostro io. La fioritura perenne di associazioni e sovrapposizioni di immagini e simboli in questo gioco perenne che è la lettura della realtà. L’assopimento dei sensi per un utilizzo ulteriore del senso. Tutto è diverso da quello che appare, tutto e diverso da sé nel sogno; neanche il proprio corpo spesso a percepito come ciò che è, ma come ciò che è intravisto fra la fessura del sentirsi onirico e del vedersi sensoriale. È il momento, quello del sogno, in cui il cervello umano, tutto indaffarato nella creazione di immagini e associazioni, raggiunge i picchi più elevati della propria vorticosa attività. È curioso quindi osservare come l’atto creativo risieda nel momento di maggiore azione del cervello umano, quello del sogno. È lì che affondano le radici delle nostre paure più nascoste e l’effetto traslucido che diamo alla realtà che ci circonda, pura emanazione del nostro sentire e sognare da esseri umani.

La biere du Pecheur

Poniamo, la mia ultima crisi. Di dove m’è venuta? Di molto lontano, naturalmente; tuttavia mi sembra quasi che potrei sorprenderla nella sua estrema maturazione, aiutandomi beninteso con immagini o ipotesi della realtà, non con dichiarazioni di essa. Dico che sempre io mi son voltolato e rivoltolato nella vita «come un ammalato smanioso nel suo letto»; anche mi somiglio a quelle farfalle notturne sorprese dalla luce o dall’agonia che rimangono a sbattere disperatamente le ali sui nostri pavimenti. Donde dunque, se questo è il mio stato naturale, la particolare e totale mancanza di forze, il vigile spavento?

Tommaso Landolfi

Canti di innocenza

Andavo via per valli brulle
Zufolando giulivi ritornelli,
Su una nuvola vidi un bimbo
Che mi disse ridendo:

«Zufola un’aria dell’Agnello…»
La zufolai tutto gaio.
«Zufolaro, di nuovo…»;
Ripresi e nell’udirla pianse.

William Blake

 

                                                          Canti del Caos

Non cercare poesia

nella ferita

aperta

di labbra

offerte

-che nessuno ha voluto
che ha stuprato il vento-

nel canto sudato

d’ un’ anima in corsa

nella bianca fioritura

scoppiata

della mia carne intonsa

nel graffito scrostato

d’ogni cuore

che ho mancato.

Ti offro la mia terra

-senza solco d’amore
senza macchia di guerra-

tutta muschiata

inanellata

porcellanata

incremata.

Non cercare poesia.

Antonio Moresco

Artisti e Opere della sala

“Edipo vs Narciso” ( la lacerazione) Silvia Infranco
“Senza nome” Boris Squarcio
“Senza Botulino” Roberto Maiorca
“Pantomime di Ofelia” Andrea Salmini
“Telemaco” Alessandro D’isanto

“Lo sbarco 2010” Michele Mautone

GHOST IN THE SHELL

Ghost in the shell è un noto manga di Masamune Shirow. Ci siamo ispirati al titolo, pensando alla natura prima delle opere esposte: il marmo. il marmo è una roccia composta prevalentemente da carbonato di calcio, derivante da antichi depositi marini di conchiglie e coralli, appunto corazze e scudi dei mari che assurgono a montagne, che vengono estratti con difficoltà e pericolo da cavatori e tecchiaroli, per giungere all’artista. La conchiglia divenuta marmo è ora pronta a una nuova trasformazione, a mostrare la sua “anima”. Michelangelo Buonarroti asseriva che la forma della statua viveva già all’interno del blocco marmoreo, bastava togliere l’eccesso per liberarla. Le due opere esposte sono parte, sintesi e risultato di questo processo geologico, prima, e alchemico-artistico poi. Inoltre entrambe sono esteticamente meditazioni metafisiche sulla vita e la morte.

Il marmo è come l’uomo, prima di intraprendere qualcosa, devi conoscerlo bene e sapere tutto ciò che ha dentro. Così, se in te ci sono delle bolle d’aria, io sto sciupando il mio tempo.

Michelangelo Buonarroti

La gente di Carrara è un po’ grezza, rozza come il suo marmo, dura com’è duro lui (e buona come il suo lardo, buona com’è buono lui); fa anche tribolare per aprire il suo cuore: se fa una carezza poi si ritira subito, ha paura di parere – appunto – troppo buona; ma è sincera, schietta, darebbe il cuore se glielo domandi e dà anche la vita purtroppo, troppe volte nel suo duro lavoro! Non lo disprezzare, carrarino, il tuo lavoro! Perché è un lavoro da uomini duri, da uomini veri! Quando te ne vieni a casa dalla cava, nero dal sole, con la camicia aperta sul petto, sei un uomo, sei il padrone del mondo!! Le donne ti guardano ammirate e si dicono: “Guarda che maschio !”. Sospirano e ti fissano negli occhi.

Giuliana Lodovici

Fa il cavatore mio padre e ha delle mani dure, nodose come le ciocche del castagno; delle mani umane, stecchite e forti in primavera, piene di “setole” e piagatele mattine d’ inverno…Mani pulite però, che non stringono mani guantate di signore in Via Roma; mani larghe, “scozzone”, mani calde, di pietra; mani rozze, mani dure, nodose come le ciocche del castagno, ma…grosse e pure come i bracci della croce.

Mario Venutelli

Artisti ed Opere della sala

“Untitled” Michele Auletta
“Donum vita morte et fabulis” Bruno Villani

CORPO

Il corpo elemento terreno e carnificato dell’essere umano è al centro di questa sala. Non v’è ossequioso rispetto di elemento materiale del vivere umano, ma vera e propria assunzione a componente della vita, delle scelte e delle rivendicazioni degli esseri viventi. L’elemento fondante di questa scelta è legata alle rappresentazioni artistiche varie e fantasiose presenti nella sala. Non si vuole difatti il celebre motto latino del “mens sana in corpore sano”, anzi si vuole il più possibile disancorare il corpo umano da questo parallelismo e assurgerlo a vera e propria fonte d’ispirazione artistica e letteraria. Tanti sono infatti anche i riferimenti della letteratura mondiale che ci rimando a questo nodo dell’esistere. Il corpo nel puritanesimo di molte religioni è comunemente visto come sede e fonte del peccato, della menzogna. Ma cosa accade se rovesciassimo questo assioma? Il corpo è forse il frutto di un atto volontario della natura prima e della mente umana poi? La risposta non può che essere affermativa, tanto che da sempre il corpo, i suoi surrogati e le sue imitazioni rappresentano la forma principale dell’espressione estetica dell’arte. Il corpo è azione, manifestazione di volontà e sentimenti; è la Rivoluzione per antonomasia. Così in Frankestein Mary Shelly lo rappresenta nella sua ripugnanza discendenza dall’uomo che si fa creatore, un corpo che ne anima un altro in una simbolica infusione energetica. Altrettanto fondamentale è la caratteristica bifronte del corpo, da simbolo di varie dottrine religiose, scientifiche, economiche e politiche a forma ed elemento a se stante e per questo vivo da sé. È proprio in questo senso che le mirabolanti avventure di robot che assurgono al grado di coscienza che si possono identificare le opere di Asimov sulla robotica; quel essere corpi anche senza essere umani. Fondamentale è l’interpretazione anticonvenzionale che dà Orwel dell’impulso dei sentimenti e della sessualità in 1984, trasformando passioni, pulsioni e amore in oggetti fisici di per sé, in elementi del corpo stesso, dal quale è impossibile esimersi e al quale bisogna prima o poi rispondere. L’atto sessuale o il sentimento d’amore diventano in questo caso, al netto dell’imbarbarimento delle città sempre più digitalizzate e massificate, un gesto di ribellione e di salvifico impeto rivoluzionario.

Da Frankestein

Poteva essere l’uomo a un tempo possente, virtuoso e magnifico, eppure così vizioso e vile? […] Per lungo tempo non riuscii a concepire come un uomo potesse spingersi ad assassinare il suo amico, o anche perché ci fossero leggi e governi […]. Sentii parlare di divisione di proprietà, di ricchezze immense e di squallida miseria, di ceto, di discendenza e di nobiltà. […] Ed io che ero? […] Ero dotato di un aspetto spaventosamente deforme e ripugnante; non ero neppure della stessa natura dell’uomo.

Mary Shelley

Da Il corpo

Natura e cultura non sono gli estremi di un itinerario che l’umanità non ha mai percorso, ma semplicemente due nomi che qui impieghiamo per designare l’ambivalenza con cui il corpo si esprimeva nelle società arcaiche e l’equivalenza a cui oggi è stato ridotto nelle nostre società dai codici che le governano e dal corredo delle loro iscrizioni.
Sommerso dai segni con cui la scienza, l’economia, la religione, la psicoanalisi, la sociologia di volta in volta l’hanno connotato, il corpo è stato vissuto, in conformità alla logica e alla struttura dei vari saperi, come organismo da sanare, come forza-lavoro da impiegare, come carne da redimere, come inconscio da liberare, come supporto di segni da trasmettere. Mai l’impronta della sua vita solitaria, alla periferia dei codici strutturali, continua a passare inavvertita nella sua ambivalenza che, incurante del principio di identità e differenza con cui ogni codice esprime la sua specularità bivalente, dice di essere questo, ma anche quello.

Umberto Galimberti

Da Io, Robot

Prima Legge: un robot non può recare danno agli esseri Umani, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, gli esseri Umani ricevano danno.

Seconda Legge: un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri Umani, a meno che ciò non contrasti con la Prima Legge.

Terza Legge: un robot deve salvaguardare la propria esistenza, a meno che ciò non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Isaac Asimov

Da 1984

Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo. Loro vogliono che si bruci l’e­nergia continuamente, senza interruzione. Tutto questo mar­ciare su e giù, questo sventolio di bandiere, queste grida di giubilo non sono altro che sesso che se ne va a male, che di­venta acido. Se sei felice e soddisfatto dentro di te, che te ne frega del Grande Fratello e del Piano Triennale, e dei Due Minuti di Odio, e di tutto il resto di quelle loro porcate?

George Orwell

Artisti ed Opere della sala

“Core n’grato” Titti Serrato
“Anat homen sanctus” Selvaggia Filippini
“Spannung tensione” Sara Schetter
“Nato” Alessandra Barretta

NAPOLI

Napoli è una città misteriosa e solare, che muove il suo fascino sulle onde del contrasto e dell’ambiguità. Una città stratificata dalle viscere al cielo, come una ricostruzione urbana della divina Commedia, ricca di storie umane e mitologiche, in cui i margini delle possibilità e dell’assurdo si incontrano, fondendosi aprendo nuovi spazi di percezione. La città del mare e del fuoco, di Maradona e San Gennaro, dei “bassi” e di Croce. Strade, vicoli, suoni, odori, chiese e volti che formano un tutt’uno che rapisce, spaventa e stordisce.

Una città complessa eternamente sotto assedio che vive con una frenesia decadente da terminale, segnata da una generosa malinconia.

Questa stanza è dedicata alla meravigliosa città, probabilmente l’unica possibile, in cui Vuotociclo nasce, vive e cresce, è un atto d’amore dovuto.

Abbiamo raccolto alcune frasi celebri su Napoli:

Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti… Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori.

Fernand Braudel

A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sé. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: “O eri folle prima, o lo sei adesso”.

Johann Wolfgang Goethe

Napoli è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica. Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno.

Curzio Malaparte

Io so questo che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg e i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare.

Pier Paolo Pasolini

La Napoli di oggi è una città stanca, ma di quella stanchezza che non precede rabbia e voglia di cambiare le cose. Che è stanca piuttosto di attendere che passi la nottata.

Giovanni Scafoglio

C’è magia quindi nel peregrinare affollato fra miti e leggende di questa città. Lungi dal soffermarsi sul grottesco paradosso del “Paradiso abitato da diavoli” su cui affondano molte teorie e definizioni a dir poco offensive, va sottolineato il rapporto che questa fetta di mondo ha proprio con il magico, con la fede, l’esoterismo e la commistione del sacro e del profano. Era impossibile in questo senso non soffermarsi sulla figura forse più controversa che abbia girovagato questi vicoli, il Principe di San Severo. Esoterista, inventore, anatomista, militare, alchimista, massone, letterato e tanto tanto altro, il Principe è stato al centro di infinite leggende e racconto, fra cui la vendita dell’anima al diavolo e vari delitti che toccarono fortemente l’opinione pubblica cittadina napoletana.

E il principe di Sansevero, o il Principe per antonomasia, che cosa altro è in Napoli, per il popolino delle strade che attorniano la Cappella dei Sangro, ricolma di barocche e stupefacenti opere d’arte, se non l’incarnazione napoletana del dottor Faust o del mago salernitano Pietro Barliario, che ha fatto il patto col diavolo, ed è divenuto un quasi diavolo esso stesso, per padroneggiare i più riposti segreti della natura o compiere cose che sforzano le leggi della natura?

Benedetto Croce

Non si può non introdurre una sala dedicata alla città di Napoli senza riportare le parole dei suoi figli prediletti e delle menti eccezionali che hanno accompagnato il popolo dal secondo dopoguerra del novecento alla fine del secolo stesso. Tanti i grandi maestri divisi fra tradizione e modernità, ma unitamente impegnati contro il luogo comune. Ci siamo soffermati ai grandi maestri del teatro e del cinema napoletano, vero fiore all’occhiello della Napoli del novecento.

Prima di entrare in scena devo fare qualcosa per diventare nervoso.

Enrico Caruso

Ah! non me ne fido cchiù. Mannaggia quanno maje me mettette a vennere grammegne pe li cocchiere, so’ stata cchiù de doje ore fermata mmiezo a la strata nova a lo sole, fosse passato no cocchiere, addò, chi te lo dà. Sti mpise mmece de sta ccà ad Averza, ch’è lo paese loro, se ne scennene tutte quante a Napole.

Eduardo Scarpetta

Sul becco [della caffettiera napoletana] io ci metto questo “coppitello” (cappuccio) di carta [in modo che] il fumo denso del primo caffè che scorre, che è poi il più carico non si disperde. Come pure… prima di colare l’acqua, che bisogna farla bollire per tre quattro minuti, per lo meno, …nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata, …in modo che, nel momento della colata, l’acqua in pieno calore già si aromatizza per conto suo.

Eduardo De Filippo

Io voglio bene a Napule

pecché ‘o paese mio

è cchiù bello ‘e ‘na femmena,

carnale e simpatia.

E voglio bene a te

ca si napulitana

pecché si comm’a me

cu tanto ‘e core ‘mman.

Antonio De Curtis (Totò)

‘A disoccupazione pure è un grave problema a Napoli, che pure stanno cercando di risolvere… di venirci incontro… stanno cercando di risolverlo con gli investimenti… no, soltanto ca poi, la volontà ce l’hanno misa… però hanno visto ca nu camion, eh… quante disoccupate ponno investi’? […] cioè, effettivamente, se in questo campo ci vogliono aiutare, vogliono venirci incontro… na politica seria, e ccose… hann’ ‘a fa’ ‘e camiòn cchiù gruosse.

Massimo Troisi

Artisti ed Opere della sala

“Transiti” Amedeo Sanzone
“San Gennaro” Tommaso Pedone

ORRORI DELLA GUERRA

Chiude il nostro percorso di mostra la stanza dedicata agli orrori della guerra. giustifichiamo l’omicidio seriale con motivazioni che sono di segno opposto alle azioni, quali: la pace, l’intervento umanitario, la democrazia, la crescita. In realtà quando si abbate il flagello del cavaliere rosso è sicuro che per molti persone sparirà il proprio mondo e probabilmente non ne conosceranno un altro vivibile per tutta la vita o per moltissimo tempo.

Da Apocalisse 6, 3-4

« Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: «Vieni». Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada. »

Addio all’aeroporto armi

Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.

Ernest Hemingway

Anche i grammatici hanno intuito la natura della guerra: alcuni sostengono che essa si chiama «bellum» per antitesi, perché non ha niente di buono né di bello; la guerra è «bellum» nello stesso senso in cui le Furie sono le «Eumènidi». Altri preferiscono far derivare la parola «bellum» da «bellua», belva: perché è da belve, non da uomini, impegnarsi in uno sterminio reciproco.

Erasmo da Rotterdam

Camminando, tra la folla, alle partite di calcio e in guerra, i profili si fanno vaghi; le cose reali divengono irreali e una nebbia si distende sul cervello. Tensione ed eccitamento, stanchezza, movimento, tutto si perde in un gran sogno grigio, così che, quando è finito, è difficile ricordare come fu quando si sono uccisi degli uomini o si è dato l’ordine di ucciderli. Quindi gli altri che non c’erano vi dicono com’è andata e voi rispondete vagamente: «Già, dev’essere proprio stato così.»

John Steinbeck

Da che mondo è mondo perché si fanno le guerre? Per assicurarsi la pace. È raro che si faccia una guerra per arrivare alla guerra. […] Se per assicurarsi la pace occorre fare la guerra, non sarebbe meglio rinunziare alla pace? Almeno non si farebbero le guerre. No! Perché se non si fanno le guerre che servono ad evitare le guerre, vengono le guerre.

Achille Campanile

Dev’esserci qualcosa di sbagliato nel cervello di quelli che trovano gloriosa o eccitante la guerra. Non è nulla di glorioso, nulla di eccitante, è solo una sporca tragedia sulla quale non puoi che piangere. Piangi a quello cui negasti una sigaretta e non è tornato con la pattuglia; piangi su quello che hai rimproverato e ti s’è disintegrato davanti; piangi su lui che ha ammazzato i tuoi amici. (Oriana Fallaci) Dove sono i generali | che si fregiarono nelle battaglie | con cimiteri di croci sul petto? | Dove i figli della guerra | partiti per un ideale, | per una truffa, per un amore finito male? | Hanno rimandato a casa | le loro spoglie nelle bandiere | legate strette perché sembrassero intere.

Fabrizio De André

Artisti ed Opere della sala

“Nel cuore di Aladino” Hadeel Azeez
“Il trionfo della morte” Debora Pagano

CONFINE SUPERIORE

Secondo spazio denominato Confine interfaccia della crocifissione è la sua terra, dilaniata, conquistata, perduta. Parafrasando un titolo do Amos Oz: La vita fa rima con la morte di amos Oz.

Terra santa intrisa di sangue innocente. A noi la scelta di guardarla attraverso un limite invalicabile, o avvicinarci col rischio di ferire la nostra pelle e la nostra anima attraversando il suo dolore. Dedicato al romanzo di David Grossman, “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, l’amore, l’orrore ai tempi della guerra, barriere di morte. Terra uccisa, insanguinata, squassata, indotta all’odio, bagnata nel sangue innocente dei più. C’è morte ed aleggia flebile su chi racconta queste realtà in cui il sangue diviene parola e la parola insanguina i corpi e le menti. Morte, vita, sangue e terra sono le coordinate del nostro viaggio in questo confine o muro che divide due popoli e il mondo.

Da A un cerbiatto somiglia il mio amore

E a quel punto aveva compreso, per una frazione di secondo, non di più (che però le sarebbe bastata per tutta la vita), come ci si sente quando non si vede la linea ma soltanto i punti che la compongono, il buio sotto gli occhi chiusi, il baratro tra un istante e quello successivo. […] Ecco, era così che si cadeva fra un passo e l’altro. Era quello il suono prodotto dalla disgregazione. Era così che il suo Adam guardava a occhi aperti, e forse vedeva, ciò che gli era proibito: il modo in cui avrebbe potuto disintegrarsi nel nulla. Tornare alla polvere da cui era venuto. Com’era debole quella cosa che compattava tutto.

[…] aveva perso la voglia di vivere in un mondo dove poteva accadere una cosa simile, dove un uomo fotografava un altro che veniva sepolto vivo. Quel giorno aveva smesso di aggrapparsi alla vita ed era morto.

David Grossman

 

…Abbiamo un paese che è di parole. E tu parla
che io possa fondare la mia strada su pietra di pietra.
Abbiamo un paese che è di parole, e tu parla,
così da conoscere dove abbia termine un viaggio.

Mahmud Darwish

Padre,
noi stiamo bene, noi stiamo al sicuro
nel grembo della Croce Rossa.
Quando i sacchi di farina sono svuotati
la luna diventa un pane nei miei occhi.
Perché padre hai barattato le mie proteste, la mia fede
in cambio del formaggio giallo
dei dispensari della Croce Rossa?
Mahmud Darwish

Da  Uomini sotto il sole di

Passerai la vita intera con la farina della razione,
sacrificando tutto il tuo onore sull’uscio dei funzionari
per averne un chilo?

Ghassan Kanafani

Da Io, Amos Oz il mediatore. Un colloquio

Anch’io ho una verità assoluta. Sono convinto che sia sempre un male infliggere dolore a qualcuno. Se dovessi sintetizzare tutti e dieci i comandamenti in un unico comandamento, in assoluto direi: non infliggere dolore a nessuno. Questo è il punto fermo della filosofia della mia vita. Il resto è relativo.

Da Una storia di amore e di tenebra

C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.

Da Contro il fanatismo

Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.

Amos Oz

Palestina, Gaza 1956

Ha vissuto nei campi palestinesi, condividendone la vita (o meglio, la loro sopravvivenza) in mezzo al fango, in baracche di lamiera arrugginita, tra coprifuoco e retate dell’esercito israeliano. Risultato del suo meticoloso lavoro d’inchiesta è Palestina, la graphic novel, che combinando la tecnica del reportage di prima mano con quella della narrazione a fumetti, riesce a dare espressione a una realtà tanto complessa e coinvolgente come quella del Medio Oriente.

“Come mi sono ritrovato a fare il viaggio in Palestina? Diciamo che mi sono sentito spronato a farlo perché ero sconvolto- e lo sono ancora- da quel che succedeva in Medio Oriente; e per come vanno le cose, è probabile che tra dieci o quindici anni sarò ancora sconvolto.”

“I militari hanno imposto il coprifuoco nel villaggio, così non potevamo uscire di casa per portarli in ospedale…Era con i suoi genitori, è morto dissanguato dopo tre ore”

“ anche se il processo non è ancora finito, il colono non si deve preoccupare della bilancia della giustizia israeliana, dal dicembre ’87 all’ottobre ’91 i cloni hanno ammazzato 42 palestinesi, e nelo sesso periodo sono state pronunciate solatante tre sentenze. La più severa? Tre anni. D’altro canto, nel medesimo periodo i palestinesi hanno ammazzato 17 coloni. Sei dei nove imputati che sono stati catturati durante gli incidenti sono stati condannati all’ergastolo, uno si è beccato 20 anni, sei case delle loro famiglie sono state demolite.

Joe Sacco

 Opera e artista della sala

“Gaza” di Vanna Veglia

EROS E THANATOS

Amore e morte: mai tema fu più complesso e analizzato nella storia dell’uomo. Dall’Empedocle ellenico al Freud della psicanalisi, la storia dell’uomo passa necessariamente da questo dualismo. C’è il ciclo della vita, l’intrecciarsi dei sentimenti umani, la carnificazione dei sogni umani nell’ignoto della vita e della morte. C’è il continuo peregrinare delle anime fra il sogno amoroso e il senso di morte che aleggia fra gli amanti. C’è la promiscuità dell’umano sentire, l’incestuoso accettarsi di anime uguali e di corpi tumefatti dal reale sensibile. C’è la pulsione. L’ondeggiare costante del giusto e sbagliato, della norma e il suo contrario, dell’apocalittico morirsi di fianco. C’è l’amore della vita e la morte dell’amore. Quale migliore esempio quindi della pulsione onirica e sensuale raccontata da Murakami Haruki in Kafka sulla spiaggia? Il rifugio del sogno da un amore spezzato troppo in fretta della signora Saeki, che ogni notte in forma di spirito dalle sue sembianze infantili si rifugia nella stanza dove amò il suo grande amore defunto, oramai vivo unicamente in un quadro che lo raffigura. Fino a quando Tamura, un ragazzino scappato di casa viene accolto in quella stessa stanza. Allora l’amore fra lui e lo spirito della ragazzina che oggi è donna, diventa carne superando il confine fra la vita e la morte, fra il sogno e l’amore, fra la carne e il destino. I due scopriranno poi di essere l’una la madre dell’altro. A quel punto il sangue mortale che spezzerà la vita della donna, diviene lo slancio vitale della nuova nascita del ragazzino, riappacificato con l’amore, con la vita, con la morte. È il sangue come atto sostanziale di estremo amore ad accompagnarci in questa sala. Il sangue  è amore quando l’uomo nasce, varcando per primo – proprio nell’atto della nascita – il senso del distacco, della morte, dell’essere strappato con violenza alla vita, per essere infilato brutalmente nel mondo dove chiunque è sospeso fra violenza, distruzione e incompiutezza, dove l’unica certezza è la morte e l’unica speranza è l’amore; e viceversa. È qui che trovano spazio opere di denuncia sociale e di opposizione al convenzionale racconto dei sentimenti. È questa la sala dove l’arte gioca il suo ruolo più congeniale e appropriato. Dove il racconto e la suggestione artistica si fanno realtà e il senso del reale diviene superstizione. È questa la sala dove l’arte diviene amore e morte.

Da Kafka sulla spiaggia

-In realtà io sono a Takamatsu e sono innamorato di lei, signora Saeki. – Le cose non vanno come dovrebbero. Le metto un braccio intorno alla spalla. Le metti un braccio intorno alla spalla. Lei si abbandona contro il tuo corpo. Passa del tempo. – Sai? Molti anni fa ho fatto esattamente la stessa cosa. Esattamente nello stesso posto. –Lo so, – Rispondi tu. – Come fai a saperlo? – Chiede la signora Saeki, e ti guarda. –Perché c’ero anch’io. –C’eri anche tu? E magari facevi saltare dei ponti… – Sì, c’ero e facevo saltare dei ponti. –Metaforicamente. – Certo. La circondi con tutt’e due le braccia, la stringi e la baci sulle labbra. Senti che sta abbandonando ogni resistenza. – viviamo tutti in un sogno, – dice la signora Saeki. Viviamo tutti in un sogno. – Perché sei morto? – Perché dovevo morire, – rispondi. Tu e la signora Saeki, camminando lungo la spiaggia, tornate alla biblioteca. Poi spegnete la luce della stanza, chiudete le tende, e senza una parola vi infilate nel letto e vi abbracciate. […] Dopo aver fatto l’amore, lei piange. […] -Ho bruciato i miei ricordi, – dice lentamente, scegliendo le parole con cura. – Si sono trasformati in fumo e si sono dissolti nell’aria. Tutto ormai sfugge alla mia memoria, e fra non molto anche tu sparirai. Per questo ho voluto fare in fretta e parlare con te al più presto, ora che alcune cose sono ancora vive dentro di me. Con la testa leggermente inclinata, guardo l’ape sul vetro. La sua ombra è un piccolo punto nero sul bordo della finestra. – Comincio dalla cosa più importante, – dice con voce pacata la signora Saeki. –Devi andare via da questo posto al più presto. Uscire da qui, attraversare la foresta e tornare alla tua vita di prima. Presto l’entrata sarà chiusa e sarà troppo tardi. Promettimi che lo farai. Scuoto la testa. […] – E cosa vorrebbe che facessi una volta tornato lì? – C’è solo una cosa che vorrei da te, – dice la signora Saeki. Alza la testa e mi guarda negli occhi. – Che mi ricordassi. Se tu ti ricordassi di me, non mi importerebbe nulla neanche se tutti gli altri mi dimenticassero. […] –Sono così importanti i ricordi? – Dipende, – risponde lei. Poi chiude leggermente gli occhi. – A volte possono diventare la cosa più importante. – Eppure lei stessa ha voluto bruciare i suoi. –I miei ricordi erano diventati inutili. […] – Ascolta, Tamura. Ho un favore da chiederti. Porta quel quadro con te. […]. Sento le sue dita penetrarmi nella carne, dita che si aggrappano a quel muro chiamato tempo. Odo il rumore delle onde che si infrangono sulla riva. Qualcuno, da un punto molto lontano, chiama il mio nome. Poi, finalmente, glielo chiedo: – Lei è mia madre? – Dovresti conoscere già la risposta, – dice la signora Saeki. Sì, conosco già la risposta. Ma né io né lei riusciamo a tradurla in parole. Se lo facessimo, quella risposta perderebbe di significato. – Molto tempo fa ho lasciato qualcuno che non avrei dovuto lasciare, – dice. – Era ciò che amavo di più. Avevo paura che avrei finito per perderlo. Perciò ho dovuto lasciarlo, abbandonarlo. Pensavo che se doveva essermi strappato via, che se prima o poi doveva sparire per sempre, era meglio che fossi io a lasciarlo. Naturalmente, c’era in me anche un sentimento di rabbia che no si è mai sopito. Ma è stato uno sbaglio. Mai e poi mai avrei dovuto lasciarlo. […] Quindi sei stato abbandonato proprio da chi non avrebbe dovuto farlo, – dice la signora Saeki. – Puoi perdonarmi, Tamura? – Ho il potere di perdonarla? Il viso contro la mia spalla, fa cenno sì con la testa, più volte. – Se la rabbia e la pura non te lo impediscono, – dice. – Se io ho il potere di perdonarla, signora Saeki, la perdono, – dico. Madre – tu dici -, ti perdono. E il ghiaccio dentro di te fa un rumore, come di qualcosa che si spezza. La signora Saeki si scioglie in silenzio dall’abbraccio. Si infila il fermaglio che le tiene raccolti i capelli e, senza la minima esitazione, si conficca la punta, acuminata, nella parte interna del braccio sinistro. Con molta forza. Poi con la destra si preme la vena vicina alla ferita. Poco dopo il sangue comincia ad affiorare. La prima goccia cade a terra e nel silenzio il suo rumore risuona amplificato. Poi, senza parlare, lei tende verso di me il braccio. Un’altra goccia cade a terra. Mi chino, e avvicino le labbra alla ferita. La mia lingua lecca il suo sangue. Chiudo gli occhi e ne gusto il sapore. Lo trattengo un istante nella bocca, poi lo inghiotto lentamente. Lo sento scendere nella gola, poi venire a poco a poco assorbito lentamente dal mio cuore assetato. Solo allora mi rendo conto per la prima volta quanto avessi desiderato il suo sangue. Il mio spirito è in un mondo lontanissimo. Eppure, allo stesso tempo, il mio corpo è qui. Proprio come uno spirito vivente. Arrivo perfino a pensare che vorrei succhiare tutto il suo sangue. Ma non è possibile. Lei stacca il braccio dalle mie labbra, la guardo. –Addio Tamura, -dice la signora Saeki. – Torna da dove sei venuto e continua a vivere. – Signora Saeki, dico. – Sì? – Io non capisco cosa significhi vivere. Lei stacca le mani dal mio corpo. Poi solleva il viso verso di me. Allunga le braccia e mi sfiora le labbra con le dita. – Guarda quel quadro, – dice con voce tranquilla. – Guarda sempre quel quadro, come facevo io. […] Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infine volte, come un…a danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E’ qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia. E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. E’ una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. E’ il tuo sangue, e anche sangue di altri. Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia.

Haruki Murakami

Artisti e Opere della sala

“Orrendo gioco di sangue” Maria Antonia Positano e Chiara Fusco
“Il miracolo del sangue” Daria Tremante
“Canto di ferita” Diana Tonutto
“Attese” Fabrizio Pompili
“Brandelli d’anima” Danila Salvadore
“Wating for” Elisa Cantarelli
“Uomini che uccidono le donne” Gualtiero Redivo
“Amore travolge psiche” Vanna Veglia
“Infibula” Gina Affinito
“Paura d’amare” Roberta Maiorca
“Primo letto” Dario Picariello
“Verginità Esposta” Daniela Da Vinci
“Vagina”Luigi Vecchione
“Con Fusione” Daniela Bellofiore

ICONE

La sala è dedicata alle icone, che sono il simbolo attorno al quale si conglomera e riconosce l’identità di una cultura. Simboli di uno stile di vita, di una fede, di coerenza e sacrificio, di status. La società e gli individui, però, amano seguire ma poco ispirarsi. Quindi le icone più che modelli da emulare divengono “metri” con cui giudicare, individuare, ghettizzare gli elementi anomali, creando nuove icone, ma in questo senso negative. L’immagine salvifica del Cristo è stata usata e abusata per giustificare pene e atrocità quali le crociate e la santa inquisizione. Uno dei testi cardini di questa abiezione culturale fu il Malleus Maleficarum – il martello delle streghe – un comodo e scientifico manuale d’uso per come estorcere, attraverso torture e sevizie, le “confessioni” dalle supposte streghe. Quando si tratta di luce non si può esimersi dal considerare l’ombra, intrinseca natura della prima e sua identificatrice; così l’alter ego delle icone che abbiamo scelto di evocare e su cui meditare, traccia di anni tormentati e pericolosamente retrogradi, è la strega. Sebastiano Vassalli nella Chimera narra mirabilmente l’ultimo processo che si celebrò, in Piemonte, a carico di una strega. La colpa della strega era l’essere eccessivamente avvenente e quindi “strumento di tentazione”. Il corpo delle donne è stato, è , e se non cambia qualcosa, sarà un terreno di battaglia su cui si scontrano la libertà individuale e il predominio sociale. La donna per affermarsi si doveva astrarre dal suo ruolo femminile come Hilgegard von Bingen o Santa Caterina da Siena, oppure caricarsi, in un mondo plastificato e paralizzato dal botox, della propria dignità biologica come Rita Levi Montalcini , senza temere di mostrare la propria intelligenza o Barbara Alberti, che definisce la chirurgia estetica il burqa occidentale.

Disumanizzazione dell’uomo

In certi periodi storici, concetti esplicativi come le divinità, le streghe e gli istinti apparivano non solo come teorie, ma come cause evidenti di un vasto numero di eventi. Oggi la malattia mentale è largamente considerata in modo analogo, ovvero come causa di un numero infinito di fatti differenti.

Thomas Szasz

I manipolatori della pazzia

Gli uomini che credevano nelle arti magiche crearono le streghe con l’attribuire questo ruolo ad altri, talvolta persino a se stessi. In questo modo essi fabbricarono letteralmente le streghe, la cui esistenza come oggetti sociali dimostrò poi la realtà della stregoneria.

Thomas Szasz

Da Chimera

Arrivavano da ogni parte della bassa e anche dalle città: da Novara, da Vercelli, da Gattinara; con le famiglie, con gli amici, con i vecchi di casa, con i bambini, con i carri carichi di vino e di cibarie per far baldoria, e stare in allegria, e festeggiare la fine dell’estate. Non erano gente sanguinaria, né malvagia. Al contrario, erano tutti brava gente: la stessa brava gente laboriosa che nel nostro secolo ventesimo affolla gli stadi, guarda la televisione, va a votare quando ci sono le elezioni, e, se c’è da fare giustizia sommaria di qualcuno, la fa senza bruciarlo, ma la fa; perché quel rito è antico come il mondo e durerà finché ci sarà il mondo. (Finché continueranno ad esserci degli uomini ci saranno i Gesucristi e le Gesucriste, come disse Antonia).

Sebastiano Vassalli

Da Gli “eccessi” nel rapporto donne medicina

L’ostetricia vide invece costituirsi più tardi l’alleanza di stato, chiesa e professione medica (maschile) nell’intento di avocare alla professione medica “regolare”, sotto il controllo dello stato e della chiesa, anche questo settore a prezzo dello sterminio delle cosiddette “streghe”, in gran parte levatrici e guaritrici. Ma questa persecuzione costituì parte di quell’insieme di macroperazioni nel sociale attuate con differenti periodizzazioni, alcune già dal XIV secolo, le altre nel loro complesso dalla fine del XV fino al XVIII secolo, di cui la più famosa fu la espropriazione/recinzione delle terre comuni. Se questa servì a creare la miseria necessaria all’avvio del modo di produzione capitalistico, rendendo con ciò disponibili ad esso immense quantità di forza lavoro, la caccia alle streghe servì invece a espropriare le donne del proprio corpo privandole anzitutto del sapere e potere di decisione riguardo ai suoi poteri Riproduttivi, riguardo a sessualità e procreazione, perchè la riproduzione degli individui, d’ora innanzi riproduzione di forza – lavoro per ciò che concerneva l’ambito di una popolazione espropriata e impoverita, doveva passare sotto il controllo dello stato attraverso la mediazione della professione medica.

Maria Rosa Dalla Costa

Artisti ed Opere della sala

“Menopausa” Erminia Fioti
“Una preghiera” Irene Russo
“Decollazione di San Gennaro” Nicola Piscopo
“Disegni Propiziatori” Giulia Magagnini

GOTICO

Il sangue, la magia evocano immediatamente ambientazioni da romanzo Gotico, Vincent Price, Edgard Allan Poe. Il sangue che in mistica è elemento salvifico, nella cultura popolare rappresenta l’appartenenza, mentre nell’inconscio collettivo diviene la contaminazione, la morte, la pestilenza, l’alterità. La paura e il sangue saranno sempre avvinghiati in un paso doble. Ambientazioni sulfuree, istinti primordiali, ataviche inquietudini richiamano l’individuo al suo ruolo di specie inerme e fragile di fronte a un mondo tropo vasto e pericoloso per poterlo possedere e dominare. Dopo poi che l’uomo riuscì, o almeno si illuse, di iniziare a potere dominare l’andatura, spostò le proprie inquietudini nello spazio dell’immaginario e del fantastico, questa volta non più per indagare la propria forza o inadeguatezza fisica, bensì per scandagliare il proprio inconscio, cominciando un viaggio al centro dell’uomo. La paura domina l’identità e il pensiero, sovvertendo le regole della personalità e della volontà. L’uomo si è evoluto utilizzando il meccanismo della paura come sprone, ma al contempo l’ha utilizzato come strumento di coercizione e sottomissione.

Da L’appuntamento mortale

Misterioso uomo dal triste destino! sviato dalla vivezza della sua stessa fantasia e caduto nelle fiamme della sua stessa giovinezza! Ancora ti rivedo nella mia immaginazione! una volta ancora la tua figura è sorta dinanzi a me!… No… non quale sei… nella fredda valle dell’ombra… ma quale dovresti essere… mentre sperperi la tua vita in splendida riflessione in quella città di indistinte visioni, nella tua Venezia, marittimo Elisio, caro alle stelle dove le ampie finestre dei palazzi palladiani guardano con profondo e amaro significato entro i segreti delle sue acque silenziose.

Edgar Allan Poe

Da Scelti dalle tenebre

“Hai in te una sorta di luminosità, Lestat. E attira tutti. È presente anche quando sei furioso o scoraggiato.”
“Poesia. Siamo stanchi tutti e due.”
“No, è vero. Hai in te una luce quasi accecante. In me, invece, c’è soltanto tenebra. A volte penso che sia simile alla tenebra che ti ha contagiato quella notte nella locanda. Eri così indifeso, così impreparato! Io cerco di tenerti lontana la tenebra, perché ho bisogno della tua luce. Ne ho un bisogno disperato, mentre tu puoi esistere anche senza la tenebra.”
“Il matto sei tu. Se tu potessi vederti e ascoltare la tua voce, la tua musica… che naturalmente suoni per te stesso… non vedresti la tenebra, Nicki. Vedresti una luce tutta tua. Cupa, sì; ma luce e bellezza si congiungono in te in mille modi diversi.”

Anne Rice

Da L’ospite di Dracula

La luna rischiarava ancora la tomba di marmo quando il temporale ritornò sui suoi passi. Come affascinato, mi accostai al mausoleo che così stranamente si ergeva in quel punto solitario; gli girai attorno e sulla porta in stile dorico lessi questa iscrizione in tedesco:
CONTESSA DOLINGEN DE GRATZ
Stiria. Ella cercò e trovò la morte
1801. Sulla tomba, piantato, così sembrava, nel marmo (il monumento funebre era composto da diversi blocchi) vi era un lungo piolo di ferro. Dalla parte opposta decifrai le seguenti parole incise in caratteri cirillici:

I morti sono veloci
Tutto era così insolito e misterioso che fui quasi sul punto di svenire. Mi stavo pentendo di non aver voluto seguire il consiglio di Johann. Un’idea spaventosa mi balenò: era la notte di Valpurga! Walpurgis Nacht!

Bram Stoker

Artisti ed Opere della sala

“My bad love story” Liana Ghukasian
“Capitan Spaulding” Riccardo Buonafede
“Pioggia di sangue” Cristina Prezioso
“Oltre” Tina de Dominicis
“Dal ventre del vesuvio” Tina de Dominicis
“L’abnegazione “Mattia Rossini
“Hai confuso una pustola con l’eros e adesso aspetti che passi” Sofia Maglione
“Anime del Purgatorio” Raimondo Castronuovo
“L’invidia e la Calunnia” Cosimo Ancora
“Totem senza tabù/il masturbatore” Luigi Vecchione
“New Martyrs” Enrico Grasso
“Sangue di donna” Veronica Rastelli

CONFINE INFERIORE

Cos’è un confine se un punto che delimita uno spazio? Partendo da questo punto è possibile analizzare il senso stesso del termine e addentrarsi nell’imperscrutabile oltre-confine, che l’ignoto dell’oltre umano. Per questo l’abitante principale della sala è l’opera di cui segue descrizione. Associazione letteraria migliore non era possibile che “Donne de Paradiso” di Jacopone da Todi, dove i confini varcati sono di molteplice tipologia: si va dal confine linguistico, che questi primi scritti in volgare rappresentavano, il confine metafisico, di superamento e comunicazione fra carne e spirito, e di umanizzazione del divino.

La crocifissione, la croce sono l’evento e l’emblema della fragilità umana, la condivisione del destino e della pena. Nelle due sale denominate: confine, abbiamo costruito un dialogo in evoluzione sul rapporto dell’uomo con la proprio natura di essere mortale. La prima tappa di questo percorso è l’opera ispirata all’apparato di morte e redenzione rappresentato dalla croce. Luogo e simbolo della spogliazione, del creatore, della veste divina per condividere, con l’uomo, la paura, l’abbandono, il pregiudizio, la tortura e la morte. La natura dell’uomo è dunque nella debolezza della carne; Dio, come dovrebbe fare il potente, si è spogliato della sua invulnerabilità per condividere, dunque comprendere il destino umano. Il supplizio della croce era destinato ai reietti della società: schiavi, sovversivi e stranieri; dunque tre categorie (il mondo non sarà mai umano finché esisteranno concetti urbani e sociali quali: classi e categorie), drammaticamente e urgentemente odierne. Gli schiavi, concetto abominevole dell’abuso dell’uomo su di un altro uomo giustificato ridicolmente da questioni razziali, di genere, di credo; uomini, donne, bambini sfruttati, disumanizzati come lavoratori, merce, corpi narrati in Radici, Amistad, La dismissione, Schiava. Storie inconcepibili, romanzesche, cinematografiche che creano indignazione ma è un rash che dura ben poco, perché, alla fine lascia solo il sollievo della rassicurazione di appartenere alla “casta” degli eletti, siamo tutti una casta perché abbiamo ancora il diritto a piangere. Ma che diritto ha di lamentarsi chi non si è uniformato al pensiero comune, chi è voluto rimanere un individuo? Lo potremmo chiedere a Ivan Desinovic di Solženicyn o al profugo di Younis Tawfik .

Da I miserabili

La vita, la sventura, l’isolamento, l’abbandono, la povertà, sono campi di battaglia che hanno i loro eroi, eroi oscuri a volte più grandi degli eroi illustri.

Victor Hugo

Da donna de Paradiso

O croce, que farai ?
el figlio mio torrai ?
e che ce aponerai

ché non ha en sé peccato ?

Succurri, piena de doglia,
ché ‘l tuo figliol se spoglia;
e la gente par che voglia
che sia en croce chiavato.

Se glie tollete ‘l vestire,
lassàtelme vedire
come ‘l crudel ferire
tutto l’ha ‘nsanguinato.

Donna, la man gli è presa

e nella croce è stesa,
con un bollon gli è fesa,
tanto ci l’on ficcato !

L’altra mano se prende,
nella croce se stende,

e lo dolor s’accende,
che più è multiplicato.

Donna, li piè se prenno
e chiavèllanse al lenno,
onne iontura aprenno

tutto l’han desnodato.

Ed io comencio el corrotto.
Figliolo, mio deporto,
figlio, chi me t’ha morto,
figlio mio delicato ?

Meglio averìen fatto
che ‘l cor m’avesser tratto,
che, nella croce tratto,
starce descilïato.

Jacopone da Todi

ABSTRACT DELL’OPERA

L’opera si concretizza in uno spazio tridimensionale dove avviene un fatto storico, la crocifissione appunto, e dove ognuno di noi può entrare e partecipare al dolore di chi ha subito tale sorte. La punta che esce al di fuori di questo spazio vuole significare il coinvolgimento anche di chi apparentemente si sente lontano o estraneo a tale avvenimento.

La crocifissione è un evento di grande attualità che esula dal solo significato storico-religioso. Nella vita ognuno di noi ha almeno una possibilità di decidere chi essere: centurione romano o giudeo, ebreo o cristiano, Erode o Ponzio Pilato, Giuda o Barabba, etc.

Il sacrificio del “figlio di Dio” non è servito a comprenderne il significato simbolico, ossia che ognuno di noi ha il dovere di fare la propria parte affinché un equilibrio generale possa dare sempre nuova armonia alla nostra vita e a quello che ci circonda.

Puntualmente però cadono tutti quelli che, nel fare il proprio dovere, decidono di opporsi al potere, sia esso politico o religioso, mafioso o monarchico, economico o altro.

Il sangue versato da chi subisce quotidianamente umiliazioni e soprusi fino addirittura alla morte è ormai sotto gli occhi di tutti, è solo cambiato il modo in cui avviene. Un bambino che muore di fame o un magistrato  che salta in aria o una persona che si toglie la vita perché non vede vie di uscita sono i nuovi “Cristo” che con la loro morte non hanno e non risolvono ancora nulla.

Non ho soluzioni ma solo l’energia di denunciare con forza quello che non condivido.

Ugo Cordasco

“Struttura e materia (crocifissione)” Ugo Cordasco

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 30, 2013 alle 10:02 am. È archiviata in Uncategorized con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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